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Intervista al prof. Alessandro Albisetti - Preside della Facoltà di Giurisprudenza

a cura di Alessio Arena

Quello della condizione particolare che si trova ad affrontare lo studente che all’attività accademica accompagna quella lavorativa, è un tema non nuovo. La crisi economica, tuttavia, con le sue pesanti ripercussioni sul bilancio delle famiglie e la conseguente creazione di nuovi bisogni e nuove difficoltà, lo ripropone oggi come un punto ineludibile nella lotta per affermare e difendere il diritto allo studio.
Che studiare e lavorare contemporaneamente richieda sacrifici, è cosa del tutto evidente. Che l’inevitabile dilatazione dei tempi dello studio, con i costi che ciò comporta, penalizzi gli studenti secondo criteri economici è inaccettabile, perché lesivo del principio di eguaglianza nell’accesso alla conoscenza. Consentire il prolungarsi di una situazione del genere aumenterebbe il divario già da sempre presente negli studi tra ricchi e poveri, inquinando con una sempre più pesante selezione di classe un sistema universitario già malato. Nell’ottica della promozione di un dialogo costruttivo tra tutte le componenti dell’Ateneo per trovare e applicare soluzioni concrete al problema a tutti i livelli, abbiamo intervistato per vostro conto il Preside della Facoltà di Giurisprudenza, Prof. Alessandro Albisetti, che ringraziamo per la disponibilità. Questa intervista, così come quelle ai Presidi delle altre Facoltà nei cui Consigli siamo rappresentati, deve a nostro avviso servire a dare il via a un confronto cui invitiamo tutti gli studenti a partecipare in prima persona.

D: La condizione degli studenti lavoratori rappresenta da sempre un tema strettamente connesso con quello del diritto allo studio. Sono disponibili dei dati ufficiali che ci permettano di intuire la portata del fenomeno?
Non mi risulta che vi siano dati recenti in proposito.

D: Ritiene che la politica dell'Ateneo in proposito abbia compiuto dei passi avanti nel tempo? Se si, quali sono stati?
È un tema che è stato affrontato, senza però che si sia giunti a soluzioni o a proposte particolarmente avanzate. È un tema vecchio e complesso, perché affrontarlo comporterebbe predisporre una politica in proposito, e ciò non è semplice. Se ne è discusso di recente anche in Senato Accademico, senza però approdare, almeno per il momento, a risultati positivi.

D: Quali sono, a suo avviso, le peculiarità attuali del fenomeno nella nostra Facoltà?
La Facoltà di Giurisprudenza ha sempre avuto un alto tasso di frequenza di studenti lavoratori.
Se intendiamo per "e;studente lavoratore"e; lo studente cha ha un lavoro fisso, stabile ed è più anziano della media degli studenti, penso che il numero sia diminuito nel tempo. Ciò naturalmente non implica che il fenomeno non debba essere osservato e non si debbano predisporre misure di supporto.
Se invece s’intende fare riferimento anche ai giovani che svolgono lavori a tempo determinato, la questione cambia. Se si adotta questa seconda e più ampia accezione del termine, credo che il fenomeno sia in espansione. Devo precisare però che in genere, nel dibattito negli organismi accademici, si tende a indicare come "e;studente lavoratore"e; chi fa del lavoro la propria attività principale.

D: Ritiene che siano possibili miglioramenti nella politica dell’Ateneo e in quella della Facoltà da Lei presieduta?
La Facoltà si deve, in generale, attenere alle direttive di Ateneo, senza contare poi che il periodo attuale è caratterizzato da ristrettezze di bilancio che ne limitano ulteriormente l’autonomia. Era stata prospettata l’adozione di una formula che non mi convinceva molto: quella dell’iscrizione come studente lavoratore, che avrebbe comportato un’offerta didattica inferiore, nel senso che invece di sostenere otto o sei esami all’anno, lo studente ne avrebbe sostenuti di meno. La questione si sarebbe posta in termini di calcolo dei crediti, rimanendo salva la possibilità di prolungare il corso di studi. In sostanza, però, l’idea era quella di consentire l’iscrizione sotto un regime diverso, per evitare il fuori corso. Questa soluzione, che non è stata poi praticata, a me pare superata.

D: Quali potrebbero essere, a suo avviso, le priorità d’intervento in proposito?
Penso che la via per uscirne sia il tutorato, ovvero poter destinare dei fondi stanziati dall’Ateneo a giovani ricercatori, ma anche a giovani non strutturati, per seguire questi studenti.
In passato si è fatto il tentativo di istituire corsi speciali per i lavoratori in orari serali, ma la partecipazione era scarsa. Io stesso ho cominciato la mia carriera come docente di diritto ecclesiastico presso la Facoltà di Scienze Politiche, tenendo il corso per i lavoratori, il che significava tenere le lezioni dalle cinque del pomeriggio in poi. In realtà vi si poteva iscrivere chiunque, ma il vincolo era quello di tenere le lezioni in orario avanzato. È una soluzione comunque percorribile, ma che può scontrarsi con una scarsa partecipazione derivante anche dal sovrapporsi degli orari di lezione con quelli dedicati allo studio. La via del tutorato mi pare la più praticabile perché più flessibile e capace di venire incontro tanto alle esigenze dei giovani che lavorano part time, quanto a quelle dei lavoratori a tempo pieno. Per perseguirla sarebbero però necessari, come dicevo, dei finanziamenti, cosa particolarmente difficile da ottenere in questo momento.


 

 

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